Vite esagerate in libreria

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Il 12 maggio al salone del libro di Torino è stata presentata la nuova collana di San Paolo “Vite esagerate“. L’idea di chiedere a 13 narratori di raccontare altrettante storie di personaggi della spiritualità è di Davide Rondoni.

Il mio libro esce a giugno, si intitola “L’invadente. Fratel Ettore, la virtù degli estremi”.

Qui un breve articolo del Corriere.

Lettere a una moglie

immagine copertina fb _13 maggio

 

Il 13 maggio esce il piccolo libro di Giuseppe Signorin del quale ho scritto la prefazione, eccola:

 

“Why can’t I be you?” (“Perché non posso essere te?”) cantavano i The Cure nel 1987. Sintetizzavano il desiderio più scomodo di ogni amante: ammirare l’altro così tanto da volerne prendere le forme. Giuseppe scrive lettere ad Anita con l’intento di colmare questa nostalgia, questa irriducibile condanna all’incomprensione che ci mantiene separati anche quando decidiamo con tutte le forze di divenire una carne sola. È una frustrazione più propria del maschile: siamo noi che con maggiore testardaggine non ci capacitiamo del mistero che ci dorme accanto; la donna accoglie, fa da porto e, contro tutti i pregiudizi, in amore piange meno. Giuseppe non piange, perché è un uomo di fede e ha scoperto le soluzioni: sorride e descrive, scannerizza ironizzando. Facendo alcune distinzioni stilistiche, è mosso dallo stessa benzina che ha spinto Dante Alighieri nei tre Regni (il desiderio di essere uno con Beatrice: Beante, o Dantrice). Stando a quello che mi ha suggerito un gesuita che pasteggia a Sacre Scritture, Dio ha fatto Adamo ed Eva e, osservandoli vicini, ha riscontrato la Sua immagine. In tutti e due insieme. Dunque il bisogno di fusione uomo/donna è sacrosanta attrazione per il Padre. Non possiamo assomigliare al Creatore finché stiamo da soli.
Giuseppe e Anita, Giusita, hanno qualcosa del Sommo amore quando ti vengono incontro entrambi con gli occhiali da sole. Quando li vedi cantare su YouTube nella vasca del loro appartamento. Giuseppe ed Anita, ovvero la wedding band Mienmiuaif, sono un piccolo miracolo di perfezione perché sono alti, belli, intelligenti e non si prendono sul serio. Io, dopo la mia conversione, ho sentito la necessità di incontrare questo tipo di cristiani, con gli occhiali da sole.
Il libricino di Giuseppe sfida la secolare tradizione dei cattolici coi brufoli, è una testimonianza godibile che a me fa ricordare che sposarsi nella Chiesa non significa soltanto sdoganare la ricrescita, avere mille bambini e case senza lavastoviglie. Bellezza, intelligenza e ironia; termini ancora rigettati da certi dizionari del credente, coltivati con amore in queste pagine.
“Se ti vedessi ammazzare un tacchino penserei che quel tacchino era proprio da ammazzare”, è solo una delle intuizioni del marito scrittore che resteranno appuntate nel mio taccuino: lo sposo crede nella moglie, prima ancora di definire la bontà delle sue azioni. Avere stima dello humor della partner è il secondo insegnamento di Giuseppe: quanto sono da invidiare i coniugi in grado di sorridere delle battute rispettive, anche di quelle venute un po’ male. Stupirsi senza sosta del genio di chi ci è vicino, è un gesto di passione ribelle.
Il matrimonio cristiano è questa magia gigantesca. Peccato per chi dice che è limitazione, rapporti solo per avere i bambini. È il contrario di una riduzione. È raddoppiare i propri chili per sentirsi più leggeri.

 

“Lettere a una moglie (ovvero la genesi del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif)”, di Giuseppe Signorin, terzo libro della nuova collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”, edita da Berica Editrice. Disponibile  dal 13 maggio in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice.

Per maggiori informazioni è possibile scrivere un’email a mienmiuaif@gmail.com

Il mio alpino (ancora vivo)

Una dozzina di anni fa (credo 2003) ho scritto il monologo “La notte che il nulla inghiottì la terra”, su invito del regista Marco Merlini. Parla di un alpino (immaginario ma anche vero) morto nella tragica campagna di Russia, durante la Seconda guerra mondiale. Ormai io quel testo non lo posso più sentire, e oggi, se potessi, lo riscriverei da capo a piedi.  Però, se è sopravvissuto a tante stagioni, si vede che ha avuto le sue ragioni.

In questi giorni replica per una settimana al teatro Libero di Milano.

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Alcuni appuntamenti

Da giovedì 6 novembre è in edicola la rivista Credere con il mio primo articolo per la rubrica Ite missa est (seguono altri, a settimane alterne).
Sabato 15 novembre presentiamo La mia prima fine del mondo con Sergio Slavazza (ed. Monti) e Andrea Tarabbia (scrittore, compaesano, già cantante della band rivale). L’occasione è Milano Bookcity, l’appuntamento è alle 10.30 presso la sala delle Colonne del circolo Filologico di Milano.
Domenica 16 novembre, alle ore 16.00, replichiamo Ettore dei poveri nel teatro della chiesa di Santa Maria Goretti in via Melchiorre Gioia, sempre a Milano.