Genesi del libro nuovo

Davide Rondoni è uno scrittore e contemporaneamente uno di poche parole (si vede che le finisce nella carta).
Mi scrive: “Ci stai a fare un libro su fratel Ettore?”.
Con il dubbio che non conosca le mie note biografiche, rispondo, quasi scusandomi: “In verità io lo avrei già fatto, un libro su fratel Ettore”.
Replica: “Fanne uno migliore. Ci stai o no? Altrimenti ti sostituiamo”.
“Sto già aprendo il portatile”.

La proposta è di far parte della nuova collana di San Paolo “Vite esagerate” che racconta, tramite romanzi, la storia di grandi figure spirituali.
Resta il problema di cosa scrivere, visto che tutta la mia fascinazione per il camilliano dei barboni l’ho spremuta nel libricino in cui racconto come lo abbiamo incontrato, in età scolare.
Questa volta ci vuole una storia che stia fuori da me. Voglio vederlo più da lontano. E poi c’è una difficoltà: fratel Ettore è morto da poco (a differenza degli altri protagonisti della collana), come posso romanzarlo, farne un personaggio, quando ancora in molti hanno memoria della persona?
Infine: che cosa mi resta davvero da dire di lui, che mi preme?

Svuotando i cassetti del servo di Dio, in vista del suo processo di beatificazione, tempo fa mi capitò tra le mani un articolo di cronaca nera impressionate. Parlava della morte di una parrocchiana per mano di un povero ospite della comunità di fratel Ettore. Il camilliano aveva riempito tutti i bordi della pagina di giornale con appunti a penna quasi illeggibili, nei quali si domandava furiosamente quale fosse il giusto atteggiamento da tenere di fronte all’accaduto: chiudere le sue comunità, come chiedevano i vicini? O dare aiuto ad ancora più persone, per contrastare l’evidenza del male? E poi, ancora: era più urgente pregare per la donna defunta o per l’assassino in carcere? (Qui, in realtà, fratel Ettore una risposta se la dava: “Lei è già in paradiso, lui ha bisogno di conversione”).
Simili domande scarabocchiate a mano riportavano alla luce un fratel Ettore molto differente dal religioso naïf con la madonnina sulla macchina che in molti ricordiamo: un uomo condannato (per scelta) a calarsi nei fondali più torbidi del dolore. Un condottiero con tanti punti esclamativi, ma pure la ferita aperta di alcuni brucianti interrogativi.

Questa volta racconto in terza persona la storia di un mistico al limite che salva morti viventi a cento metri dalla rassicurante routine di una parrocchia normale. E di come l’incontro tra il tempio delle mezze misure e i suoi metodi estremi, sia destinato a portare scompiglio, o del bene ad entrambi.

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Vite esagerate in libreria

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Il 12 maggio al salone del libro di Torino è stata presentata la nuova collana di San Paolo “Vite esagerate“. L’idea di chiedere a 13 narratori di raccontare altrettante storie di personaggi della spiritualità è di Davide Rondoni.

Il mio libro esce a giugno, si intitola “L’invadente. Fratel Ettore, la virtù degli estremi”.

Qui un breve articolo del Corriere.

Lettere a una moglie

immagine copertina fb _13 maggio

 

Il 13 maggio esce il piccolo libro di Giuseppe Signorin del quale ho scritto la prefazione, eccola:

 

“Why can’t I be you?” (“Perché non posso essere te?”) cantavano i The Cure nel 1987. Sintetizzavano il desiderio più scomodo di ogni amante: ammirare l’altro così tanto da volerne prendere le forme. Giuseppe scrive lettere ad Anita con l’intento di colmare questa nostalgia, questa irriducibile condanna all’incomprensione che ci mantiene separati anche quando decidiamo con tutte le forze di divenire una carne sola. È una frustrazione più propria del maschile: siamo noi che con maggiore testardaggine non ci capacitiamo del mistero che ci dorme accanto; la donna accoglie, fa da porto e, contro tutti i pregiudizi, in amore piange meno. Giuseppe non piange, perché è un uomo di fede e ha scoperto le soluzioni: sorride e descrive, scannerizza ironizzando. Facendo alcune distinzioni stilistiche, è mosso dallo stessa benzina che ha spinto Dante Alighieri nei tre Regni (il desiderio di essere uno con Beatrice: Beante, o Dantrice). Stando a quello che mi ha suggerito un gesuita che pasteggia a Sacre Scritture, Dio ha fatto Adamo ed Eva e, osservandoli vicini, ha riscontrato la Sua immagine. In tutti e due insieme. Dunque il bisogno di fusione uomo/donna è sacrosanta attrazione per il Padre. Non possiamo assomigliare al Creatore finché stiamo da soli.
Giuseppe e Anita, Giusita, hanno qualcosa del Sommo amore quando ti vengono incontro entrambi con gli occhiali da sole. Quando li vedi cantare su YouTube nella vasca del loro appartamento. Giuseppe ed Anita, ovvero la wedding band Mienmiuaif, sono un piccolo miracolo di perfezione perché sono alti, belli, intelligenti e non si prendono sul serio. Io, dopo la mia conversione, ho sentito la necessità di incontrare questo tipo di cristiani, con gli occhiali da sole.
Il libricino di Giuseppe sfida la secolare tradizione dei cattolici coi brufoli, è una testimonianza godibile che a me fa ricordare che sposarsi nella Chiesa non significa soltanto sdoganare la ricrescita, avere mille bambini e case senza lavastoviglie. Bellezza, intelligenza e ironia; termini ancora rigettati da certi dizionari del credente, coltivati con amore in queste pagine.
“Se ti vedessi ammazzare un tacchino penserei che quel tacchino era proprio da ammazzare”, è solo una delle intuizioni del marito scrittore che resteranno appuntate nel mio taccuino: lo sposo crede nella moglie, prima ancora di definire la bontà delle sue azioni. Avere stima dello humor della partner è il secondo insegnamento di Giuseppe: quanto sono da invidiare i coniugi in grado di sorridere delle battute rispettive, anche di quelle venute un po’ male. Stupirsi senza sosta del genio di chi ci è vicino, è un gesto di passione ribelle.
Il matrimonio cristiano è questa magia gigantesca. Peccato per chi dice che è limitazione, rapporti solo per avere i bambini. È il contrario di una riduzione. È raddoppiare i propri chili per sentirsi più leggeri.

 

“Lettere a una moglie (ovvero la genesi del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif)”, di Giuseppe Signorin, terzo libro della nuova collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”, edita da Berica Editrice. Disponibile  dal 13 maggio in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice.

Per maggiori informazioni è possibile scrivere un’email a mienmiuaif@gmail.com

Il mio alpino (ancora vivo)

Una dozzina di anni fa (credo 2003) ho scritto il monologo “La notte che il nulla inghiottì la terra”, su invito del regista Marco Merlini. Parla di un alpino (immaginario ma anche vero) morto nella tragica campagna di Russia, durante la Seconda guerra mondiale. Ormai io quel testo non lo posso più sentire, e oggi, se potessi, lo riscriverei da capo a piedi.  Però, se è sopravvissuto a tante stagioni, si vede che ha avuto le sue ragioni.

In questi giorni replica per una settimana al teatro Libero di Milano.

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Alcuni appuntamenti

Da giovedì 6 novembre è in edicola la rivista Credere con il mio primo articolo per la rubrica Ite missa est (seguono altri, a settimane alterne).
Sabato 15 novembre presentiamo La mia prima fine del mondo con Sergio Slavazza (ed. Monti) e Andrea Tarabbia (scrittore, compaesano, già cantante della band rivale). L’occasione è Milano Bookcity, l’appuntamento è alle 10.30 presso la sala delle Colonne del circolo Filologico di Milano.
Domenica 16 novembre, alle ore 16.00, replichiamo Ettore dei poveri nel teatro della chiesa di Santa Maria Goretti in via Melchiorre Gioia, sempre a Milano.

da Roberto

Ecco le parole di Roberto Allegri (scrittore e giornalista) a proposito de “La mia prima fine del mondo“:

 

“Caro Emanuele,

(…) il tuo libro è la descrizione di un incontro. Un incontro di quelli che pesano, dai quali si riceve un’impronta, una sorta di timbro. A vent’anni si è tutto e si è niente. Si è come creta plasmabile nelle mani di chi è in grado di darle una forma. A vent’anni si possono fare esperienze che rovinano oppure che esaltano. E l’animo è talmente morbido a quell’età che l’impronta che si riceve resta indelebile. Come un marchio a fuoco. Tu hai avuto la fortuna di incontrare fratel Ettore, i suoi modi burberi, il suo carattere “tagliato con la scure” ma anche la sua bontà, la sua fede eroica, il suo esempio d’azione. E come una spugna hai assorbito. Nel tuo libro racconti tutto questo ma lo fai, ed è perciò che mi è piaciuto molto, con vero talento narrativo. E’ scritto davvero bene. La struttura, l’umorismo, i dialoghi, gli episodi, le descrizioni: tutto equilibrato, misurato, efficace. Personalmente ritengo che leggere scritture così, faccia respirare bene. Guarda che non ti sto incensando. Oscar Wilde diceva che i libri “o sono scritti bene o sono scritti male”. E’ un frase che mi ha sempre colpito e che rappresenta una verità cristallina. Specie oggi, dato che le librerie sono strapiene di prosa scadente, di libri senza contenuto e scribacchiati da gente senza talento né mestiere. Il tuo libro è scritto bene. Punto e basta. Sii orgoglioso e felice del lavoro che hai realizzato. Ma tornando a bomba a fratel Ettore, il tuo libro acquista importanza anche perché presenta Ettore sotto una luce diversa. Il punto di vista di suor Teresa è quello di chi ha vissuto con lui giorno e notte per vent’anni e da lui ha ricevuto lo stravolgimento della propria vita. Il mio, è il punto di vista di un adulto, con le proprie convinzioni ormai radicate, che ha seguito le tracce di fratel Ettore e se ne è innamorato scoprendo, giorno dopo giorno, il suo cuore. Il tuo libro invece illustra il punto di vista di un ragazzo di vent’anni, con la testa piena delle cose che a vent’anni alimentano i sogni di tutti, che si trova ad accostare un santo e ne riceve silenziose lezioni, fatte di gesti e poche parole. Un tirocinio verso la misericordia scandito una lettera alla volta, adagio, proprio come ha fatto fratel Ettore per imparare a dire il tuo nome”.