PER UN CANTO NUOVO

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PREMESSA
Chi è il cristiano? Nell’episodio “Una gita in pallone” della serie Pippi Calzelunghe è un sagrestano rimbambito con gli occhiali che si oppone alla gita in mongolfiera della protagonista, giudicata troppo pericolosa per una bambina. Nei Simpson è un papà vedovo che usa i vezzeggiativi per spuntare le parole (“Salve salvino”), così da non ferire i vicini, finendo per apparire detestabile.
Paura di salire ad alta quota, timore di dire le cose per quello che sono. L’immagine che abbiamo, corrisponde al mandato del nostro Fondatore?

EPPURE
Nell’opinione comune i cristiani sono nerd, e il timore di diventare gente spenta tiene molti lontani dalle chiese, in particolare le categorie più vitali (i famosi giovani che non è chiaro come intercettare). Eppure le biografie dei santi sono piene di inquietudine e avventura, il cristiano è un provocatore e un vincente, è un punk che presuppone il futuro. L’incongruenza denuncia un difetto di comunicazione.

COME CI COMUNICHIAMO?
Dite a un professionista del teatro che il suo ultimo lavoro sembra “uno spettacolo dell’oratorio”. Fate ascoltare un cd di christian music ad un vero cantautore. Invitate all’anteprima di un film cristiano uno sceneggiatore che faccia il cinema di lavoro. Se va bene non smetteranno di fare battutine, in casi estremi avrete un amico in meno. Affermerete che il problema è la distanza tra i contenuti che gli state proponendo e i suoi pregiudizi di spettatore non credente. Ma un messaggio veramente “cattolico”, non dovrebbe avere la forza di parlare con autorevolezza a tutti i cuori? Quindi il problema è la forma che lo opprime, ovvero l’arte, la confezione.

PERCHE’ L’ARTE CRISTIANA OGGI NON HA UN LINGUAGGIO CREDIBILE?
L’indagine potrebbe aprirsi a ventaglio. A titolo di esemplificazione, ci sono due errori di procedura molto comuni:
Collettivismo e corporativismo. Tra i cattolici che fanno qualcosa di creativo esiste spesso il timore fuori luogo di escludere chi non è bravo, perché “siamo tutti uguali, tutti devono esprimersi, nessuno deve primeggiare”. Se questa cura per i “piccoli” è una attenzione lodevole in ambito sociale, in campo artistico è dannosa: è necessario fare uso di professionalità specifiche, nel rispetto dei ruoli. “Sbrighiamocela tra di noi che crediamo, così ci capiamo” è l’altro vizio che si oppone alla qualità. Come se, sul palcoscenico, un lettore improvvisato, ma che fa la comunione, potesse sostituire un bravo attore. Quando si afferma qualcosa di vero, il peccato è depotenziare le parole.
Paura di essere veri. L’ arte contemporanea è provocatoria, ironica, concettuale, inquietante. Tutte cifre poco gradite da noi cristiani, spesso paghi di una poco impegnativa medietas parrocchiale. Così l’incapacità di prendere a cazzotti lo spettatore, la malintesa serietà, il figurativismo che non sta al passo con la storia, il timore di visitare il lato oscuro dell’uomo, danno origine a prodotti artistici che non dicono nulla a un pubblico che ha già accolto il “brutto” come categoria estetica di valore. Ciò che è vero affronta necessariamente il lato oscuro, l’edulcorato non respira, sembra morto. Sventoliamo braccia nei raduni internazionali, distribuiamo volantini fluorescenti, come se la gioia fosse l’unico sentimento che provano i credenti. Così appariamo poco veri, prigionieri di sorrisi sforzati. Il fatto che ci aspetti una incommensurabile soddisfazione, non toglie che finché esistiamo ci riguardano anche i temi dello spaesamento, del buio, dell’insoddisfazione. Se dovessimo commissionare a un moderno Dante Alighieri delle terzine spirituali, gli chiederemmo di partire dalla seconda cantica? Vermi, pozze di sterco, gente con gli intestini in mano sono poco convenienti in un poema cristiano? L’artista veramente consapevole della redenzione, non ha timore di maneggiare materia fetida, di calarsi nelle peggiori brutture. Se lo facessimo senza inappropriate inibizioni, produrremmo ancora arte valida per ogni uomo, sfonderemmo una volta per tutte la quarta parete dell’oratorio.

DOMANI (serve un’arte cristiana?)
Se una nuova alleanza tra contenuti di salvezza e forme reali della contemporaneità è necessaria, cosa possiamo augurarci per il futuro?
Prima proposta per la fusione. Un passo potranno farlo i credenti: prenderanno il vaporetto per visitare la Biennale, andranno al cinema a vedere Greenawey, leggeranno in treno Baudelaire. Quando lo sforzo è sincero, tutta la produzione artistica tende al cielo. I germi di bene contagiano teatri, esposizioni e sale buie più di quanto la nostra paura ci permetta di vedere. Al di là degli esiti umani, delle biografie degli scrittori, degli accidenti e degli svarioni etici che i loro capolavori possano ospitare. Se questo è vero, l’arte cattolica non è necessaria: basta guardare con fiducia a ciò che abbiamo.
Seconda proposta per la fusione. Resta il problema della produzione che potremmo chiamare liturgica, ovvero quella che esplicitamente si prende cura delle cose di fede. In questo campo urge una revisione delle forme. Noi che siamo così esperti di corpo, di sangue, di dolore (redento), perché non proviamo a uscire a cena con Franko B, parlare insieme di body art? Noi che abbiamo inventato i palchi mobili in mezzo agli spettatori, con le sacre rappresentazioni medievali, perché abbiamo ceduto il brevetto a Luca Ronconi, e nella galassia delle sale parrocchiali recitiamo secondo i canoni del peggior teatro consolatorio? Noi che abbiamo sempre fornito le pareti per sperimentare in pittura, perché lasciamo ad espiare sulla soglia delle chiese le videoinstallazioni? Quando avremo il coraggio di piegare al servizio degli altari la parte migliore dell’arte lanciata verso il futuro, daremo gloria al solo spettacolo che non ha come obiettivo intrattenere, l’unico durante il quale qualcosa si compie. Meglio ancora, Qualcuno.

(da Underground n. 0)

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