Mese: giugno 2014

da Roberto

Ecco le parole di Roberto Allegri (scrittore e giornalista) a proposito de “La mia prima fine del mondo“:

 

“Caro Emanuele,

(…) il tuo libro è la descrizione di un incontro. Un incontro di quelli che pesano, dai quali si riceve un’impronta, una sorta di timbro. A vent’anni si è tutto e si è niente. Si è come creta plasmabile nelle mani di chi è in grado di darle una forma. A vent’anni si possono fare esperienze che rovinano oppure che esaltano. E l’animo è talmente morbido a quell’età che l’impronta che si riceve resta indelebile. Come un marchio a fuoco. Tu hai avuto la fortuna di incontrare fratel Ettore, i suoi modi burberi, il suo carattere “tagliato con la scure” ma anche la sua bontà, la sua fede eroica, il suo esempio d’azione. E come una spugna hai assorbito. Nel tuo libro racconti tutto questo ma lo fai, ed è perciò che mi è piaciuto molto, con vero talento narrativo. E’ scritto davvero bene. La struttura, l’umorismo, i dialoghi, gli episodi, le descrizioni: tutto equilibrato, misurato, efficace. Personalmente ritengo che leggere scritture così, faccia respirare bene. Guarda che non ti sto incensando. Oscar Wilde diceva che i libri “o sono scritti bene o sono scritti male”. E’ un frase che mi ha sempre colpito e che rappresenta una verità cristallina. Specie oggi, dato che le librerie sono strapiene di prosa scadente, di libri senza contenuto e scribacchiati da gente senza talento né mestiere. Il tuo libro è scritto bene. Punto e basta. Sii orgoglioso e felice del lavoro che hai realizzato. Ma tornando a bomba a fratel Ettore, il tuo libro acquista importanza anche perché presenta Ettore sotto una luce diversa. Il punto di vista di suor Teresa è quello di chi ha vissuto con lui giorno e notte per vent’anni e da lui ha ricevuto lo stravolgimento della propria vita. Il mio, è il punto di vista di un adulto, con le proprie convinzioni ormai radicate, che ha seguito le tracce di fratel Ettore e se ne è innamorato scoprendo, giorno dopo giorno, il suo cuore. Il tuo libro invece illustra il punto di vista di un ragazzo di vent’anni, con la testa piena delle cose che a vent’anni alimentano i sogni di tutti, che si trova ad accostare un santo e ne riceve silenziose lezioni, fatte di gesti e poche parole. Un tirocinio verso la misericordia scandito una lettera alla volta, adagio, proprio come ha fatto fratel Ettore per imparare a dire il tuo nome”.