Teste di legno!

A6D81CD3-1242-41CD-AD85-DE9E03A20E21Oggi germoglia il mio libro nuovo.

Si chiama La rivincita delle teste di legno, edizioni San Paolo.

Racconto una storia che inizialmente era vera, ma che mi sono divertito a reinventare: un professore di italiano è l’ultimo discendete di una gloriosa dinastia di marionettisti. Conserva in un capannone centinaia di automi a filo, copioni antichi, fondali in carta dipinti a mano. Li va a trovare regolarmente, ma non osa toccarli. Forse lo spaventa il fatto che, non avendo figli, insieme a lui, quella tradizione è destinata a scomparire.

Per fortuna ci sono alcuni intraprendenti alunni della sua prima superiore che intuiscono il segreto, e non resistono al fascino della scena.

 

La rivincita delle teste di legno è un libro che vuole raccontare il palcoscenico nella sua forma più sincera e affascinante, quella artigianale: legno, vernice, polvere, carta, sudore, crinoline. È anche una riflessione sull’eredità che non va mai conservata, ma sempre fatta esplodere, perché possa fiorire.

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Il Sinodo dei giovani assenti

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Se avessero invitato Francesco d’Assisi al Sinodo dei giovani, probabilmente, a vent’anni, si sarebbe rifiutato di andare. Sfoggiava sontuosi vestiti inusuali, usciva tutte le sere con la stessa brigata di amici ubriaconi, declamava in perfetto francese fantasiose storie provenzali, suscitando l’ammirazione delle ragazze equivoche che affollavano i locali.
Alla stessa età, anche Agostino d’Ippona, non era messo troppo bene. Era impegnato con il figlio avuto un paio d’anni prima da una concubina. La sua ansiosa ricerca di assoluto lo aveva già portato ad abbracciare l’eresia manicheista, facendo piangere la mamma Monica che, ormai, non lo voleva nemmeno più vedere.
Anche il futuro patrono degli operatori sanitari, Camillo de Lellis, a vent’anni aveva altro a cui pensare. Aveva appena rinunciato alla carriera nell’esercito, a causa di una piaga al piede che lo faceva impazzire da tempo. Si stava reinventando inserviente in ospedale, ma i suoi superiori sostenevano che avesse poca voglia di lavorare, una propensione eccessiva per il bere e le bische clandestine.
Pure il ventenne Clemente Rebora, era tutt’altro che un sacerdote rosminiano. Spendeva i pomeriggi a improvvisare furiose melodie sul pianoforte, aveva appena scoperto di non essere tagliato per la facoltà di medicina; dubbioso sul futuro, si sfiancava con scalate in solitaria, autoimponendosi digiuni ed abbozzando versi strani.
Non si può che essere fieri di tutti quei ragazzi che al Sinodo dei giovani saranno in prima fila, entusiasti e collaborativi. Eppure é necessario ricordare che a volte sono misteriosamente Chiesa anche i tanti che si rifiutano di partecipare, che preferiscono criticare da un divano, da un fronte opposto e lontano, che non sapranno nemmeno di questa occasione. Ogni giovane che spinge la sua ricerca interiore verso un limite estremo, con arditezza e passione, si avvia senza saperlo, nel cammino sinodale. Rispondiamo con coraggio, e stiamolo a sentire.

 

© Credere 2018

La nostalgia come occasione

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A San Silvestro bisogna lasciare. Lasciare qualche cattiva abitudine, in nome di certi buoni propositi che faremo presto a dimenticare. Lasciare il clima natalizio che, spaventato dai botti, tornerà nei luoghi freddi da cui proviene. Lasciare un anno che, visto da in fondo, non era forse poi così male.
Io quest’anno ho lasciato il mio amico Matteo, perché ha deciso di farsi monaco cistercense. Era arrivato nella mia vita, con un tempismo da apparizione, proprio quando avevo bisogno di un coetaneo acuto e disponibile con cui parlare. La nostra amicizia era cresciuta, nutrita di escursioni, cene nei fine settimana e discorsi mistici notturni con la tisana. Quando sono stato certo che di questa rassicurante presenza non avrei potuto più fare a meno, Colui che me lo aveva dato me lo ha tolto di mano. Lo strappo, all’inizio, non si è quasi fatto sentire. Poi sono venute le feste di Natale.
Essere uomini di fede è accettare di vivere dentro a una nostalgia. Il desiderio che stimola le nostre preghiere sembra sempre destinato ad aumentare: un appartamento nuovo, un diploma, un amore danno un sollievo temporaneo che svanisce, non si dimostra mai la Soluzione. L’uomo religioso decide con intelligenza di abitare la sua fame: sperimenta la castità, riduce il riposo per pregare, limita il suo guardaroba a poche vesti sempre uguali. S’immerge in un ambiente che, invece di negare la legge universale della mancanza, elegge l’appetito a condizione. Questo fa sì che lui si possa riconoscere in un suo tratto fondamentale: la nostalgia per il Creatore. Tale ammissione è il campo base per partire alla ricerca di una vera identità.
La mia speranza per l’anno che viene è che diventi opinione comune questa incerta intuizione: nella nostalgia c’è una occasione. Aboliremo i fazzoletti per chi saluta i treni alla stazione; i passeggeri e chi rimane sorrideranno, man mano più lontani, ma uniti dalla comune convinzione che, in cambio di ogni addio, avremo una benedizione.

 

2017, © Credere

Dialogo della moda e di un tatuaggio

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TATUAGGIO: Volevi vedermi?
MODA: Perché te ne vai in giro dicendo di essere mio figlio?
TATUAGGIO: Mentre venivo al mondo, chi mi disegnava ha detto queste esatte parole: «I tatuaggi sono di moda».
MODA: Mi dispiace deluderti, ma tra noi non c’è nessuna parentela. Io sono caduca, tu sei definitivo.
TATUAGGIO: Che delusione. Speravo di aver trovato finalmente qualcuno da cui andare a pranzo quando non ho voglia di cucinare.
MODA: La tavola è occupata dai miei figli veri: i pantaloni slim-fit, le scarpe sneakers con l’inserto animalier, lo smalto permanente…
TATUAGGIO: Ma non è giusto! Anche lui rimane!
MODA: Non farti ingannare dal nome. Dopo 30 giorni va rimosso.
TATUAGGIO: Con il laser mi possono cancellare.
MODA: È una tecnologia ancora sperimentale.
TATUAGGIO: Ma in futuro si affermerà.
MODA: La moda è miope! Non s’interessa del domani.
TATUAGGIO: Vuoi provare i miei occhiali?
MODA: Mi stai stancando! I miei figli hanno tutti una breve gloria, seguita da una morte prematura. È questo che desideri?
TATUAGGIO: Se è il prezzo per starti vicino…
MODA: Non mi abbracciare! I tatuaggi in regalo nelle patatine, quelli sì che hanno a che fare con me. Vengono via con un po’ di sapone.
TATUAGGIO: Sei crudele. Non trovi che la mia persistenza sia una dote da stimare? Il ragazzino che mi sfoggia, almeno lui, mi vuole bene.
MODA: Ne riparliamo quando inizierà a invecchiare, quando la sua pelle non riuscirà più a mantenere teso l’arabesco che ti compone; quando cambierà gusti, o la vita gli farà scoprire nuove passioni che non c’entrano con te.
TATUAGGIO: Vuoi dire che anche lui, un giorno, mi vorrà cacciare?
MODA: Forse sì, ma tranquillo: non lo potrà fare.

 

2017, © Credere

Cosa può l’educazione

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Le bocche delle scuole a forma di portone hanno divorato in pochi giorni i ragazzini. Da metà settembre, la mattina è un fatto solo per adulti infreddoliti impegnati in qualche commissione. Gli alunni, ancora sbigottiti, si impilano sui treni, sciamano con gli zaini negli stessi vialoni, finché la campanella delle otto mette fine al loro sogno bimestrale di libertà, definito per brevità “vacanze estive”.
I genitori pigiati sui cancelli si confidano un sogno comune: trasformarsi per un’ora in farfalline per spiare cosa accidenti succede tra quei banchi ancora freschi di candeggina, sentire quali parole scelgono i professori per presentarsi, infine andarsi a posare nelle cucine certificando una volta per tutte il livello di igiene. Ma questo non può avvenire perché, più si cresce, più l’educazione è un composto che reagisce soltanto distante dallo sguardo dei familiari. Imparare è rimuovere, più che ricordare: mandare in frantumi il cannocchiale stretto del sapere ereditato, dei pochi gusti che ci sembravano gli unici adatti al nostro mondo interiore. Educarsi è concedersi il lusso di amare qualcosa che avremmo giurato fosse privo di cuore, quindi è un gesto di rivoluzione.
Da bambino andavo in montagna con il mio amico Martino. Suo padre era un docente universitario di geologia. Ci coinvolgeva in esplorazioni massacranti, per individuare minerali e misteriose stratificazioni nelle rocce. Procedeva entusiasta con il berretto e la picozzina, additava soddisfatto massi erratici e concrezioni invisibili al mio sguardo infantile. Io lo invidiavo, perché lì dove a me appariva un ghiaione, lui scorgeva una avvincente distesa di informazioni geologiche. Questo rendeva il suo cammino diverso dal mio, e la sua fatica inferiore. Ecco cosa può l’educazione: trasformare le pietre in creature interessanti. Allargare il proprio sguardo costa studio e sudore, ma dona la soddisfazione di sentirsi chiamare da ogni lato da una realtà che ha mille cose da dire.

 

2017, Credere

Illustrazione: E. Fucecchi

Il frate uccellino

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(18 settembre, san Giuseppe da Copertino) 

Sto in Salento, regione di mare e terra dura, opposti a molto, moltissimo cielo. Qui le nuvole sono arancioni quando applaudono l’ultimo tuffo del sole, qui una vasta notte serena abbraccia in ogni direzione i paesi che hanno case di non più di due piani.
Quando Dio ha scelto di manifestarsi in modo straordinario in un frate salentino, che regalo gli poteva fare? Quello del volo. È il potere più adatto per chi cresce dentro a un orizzonte con così tante sfumature: mettere a tacere per un poco la forza gravitazionale, visitare in tutta la sua altezza questa perenne cartolina.
Capirete che un dono così eccentrico e infantile, non poteva suscitare solo appalusi. Immaginate Giuseppe da far scendere con la scala, ritrovato dopo ore sui rami più alti degli ulivi; Giuseppe che solleva il celebrante per le ascelle in piena consacrazione; Giuseppe che quando esagera con la preghiera rovina addirittura le pitture sulla cupola. Le malelingue sono spesso le ancelle delle cattive intenzioni, e così il frate che aspira a fare l’uccellino, finisce chiuso nella celletta di un romitorio per quasi tutta la sua vita terrena, visitato dai potenti come un fenomeno da baraccone, attratti dall’unicità delle sue piume.
La storia del mio nuovo amico francescano, finisce bene: quando è chiaro che quei salti non sono esibizione, i superiori gli restituiscono il suo cielo del Salento. Ma ormai frate Giuseppe, allenato da un basso soffitto e da anni da solo, ha in testa solo l’ultimo volo, quello importante e al quale, finalmente, non potrà assistere nessuno.

 

2015, per Credere

Il teatro, una ex chiesa

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Il vento insiste su Avignone, sbatte le troppe locandine appese ai muri con lo spago. Secoli fa, questa incantevole città provenzale fiorì grazie alla sua inaspettata elezione a sede papale. Ora, io e la mia famiglia siamo qui per un’altra attrazione: il festival estivo del teatro.
Stasera ci aspetta una compagnia sperimentale di Chicago. Buio in sala. Luci su una nuova, incredibile, storia. Un’ora passa e non ce ne accorgiamo. Applausi in piedi, addirittura. «Eccezionale», sussurro a mia moglie che non può che annuire. «E poi questa sala è davvero suggestiva».
Volto la testa, guardo in fondo: dietro alla regia sopraelevata si intravede un rosone. Alzo gli occhi in verticale: il soffitto è lontano, chiuso da una volta a botte in pietra chiara. Il pubblico scema, i tecnici calano il fondale: compare l’abside. «Hai visto? Questo teatro è una chiesa. Anzi, lo era».
Uscendo penso che gli architetti incaricati della ristrutturazione hanno avuto gioco facile, non c’è niente di più simile all’edificio teatrale di una chiesa: c’è una scenografia (il tavolo dell’altare), un interprete (il sacerdote), delle persone che sono lì per vedere. Eppure, questa affascinante riqualificazione, in qualche modo, mi turba.
Tra i vicoli gialli per la luce dei lampioni, scorro la mia collezione mentale di attori che hanno lasciato il palcoscenico per seguire una vocazione religiosa (come suor Teresa di fratel Ettore o papa Wojtyla). Ogni volta che mi confronto con queste biografie superbe ed estreme, sento che il loro desiderio di recitare era un primo tentativo di fornire carne alla parola, di immergersi in un bello che non può passare. Intenti santi, inseguiti con modi ancora troppo umani: solo lontano dalla finzione la loro vita ha smesso di essere una prova generale, per diventare atto.
Credo che Avignone sia stupenda questa sera, che il teatro resti la più spirituale tra le arti. Ma c’è un potere che nessun regista può comprare: lo spettacolo evoca, la Messa fa accadere.

Per Credere

Fine agosto e nostalgia

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Il sentimento che proviamo quando dalle tasche dei borsoni cade in casa poca sabbia tolta alle scogliere: ci vorremmo scusare, vorremmo rispedirla in un pacchetto al bagnasciuga dove è nata, perché è un torto farle fare la nostra vita senza un alito di vento la sera, con i nostri orari, poterle offrire solo albe dimezzate che non si specchiano nel mare.
La malinconia che fanno al mese di settembre gli ombrelloni. Messi a riposo coi nastrini, provocati ancora dall’aria, pronti per il sonno verticale in assenza del sole. Non abbandonano le loro schiere, si domandano a vicenda a che punto del divertimento è terminata anche quest’anno una stagione. Le automobili sudate senza fretta di tornare, colme fino a fuori i finestrini: i canotti che non si vogliono sgonfiare, le valigie che nessuno, questa volta, si è preso la briga di incastrare per bene; i bambini lievitati dai gelati e dagli strati alterni di crema e abbronzatura.
I temporali appena dietro a ferragosto: il modo brusco delle vette per sgombrare i cittadini, gli alpinisti improvvisati con le loro attrezzature, i villeggianti che si credono del posto perché indossano i calzettoni. La montagna freme, non vede l’ora di tornare seria, abbassa nuvole e vapori per non farsi più fotografare. Non attende di scrollarsi dalle malghe gli ultimi assaggiatori di formaggi, ridà la precedenza al suo silenzio, che sia il fruscio degli animali, o l’ispessirsi delle nevi, o l’astenersi dai discorsi dei pastori.
Le canzoni che rincorse dai profumi, nel patio dei ristorantini, ci miglioravano l’umore. Dagli altoparlanti neri in plastica, nel parcheggio di questo grande magazzino, si rivelano per quello che sono, e ci fanno domandare che meta ha scelto per le sue vacanze il nostro gusto musicale.
Il trentuno agosto stringe il cuore, ma la nostalgia fa bene. Ogni mancanza che ci assorda fa da ordito a un giuramento: siamo cavi per farci colmare. Verrà l’estate che non muore.

 

2015, per Credere

Appunti su LA REGOLA DI KURT #1

20.01.1988 Krakow n/z Tadeusz Kantor - rezyser fot. Wlodzimierz Wasyluk

20.01.1988 Krakow n/z Tadeusz Kantor – rezyser fot. Wlodzimierz Wasyluk

 

I ragazzi sentono la vita che c’è dietro ai professori. Ora, io non sono Ambrogio Fogar, però nemmeno un giovanotto appena uscito da una rapida e appagante esperienza universitaria. Iniziando a fare l’insegnante, mi sono presentato in aula con un bel carico di esperienze, delusioni, sbagli anche gravi, tentativi estremi. Così, quando ho avvertito che i miei alunni mi stavano provocando con le loro fatiche, con il racconto delle loro stupidaggini commesse al sabato sera, non mi sono impressionato più di tanto. Non li ho nemmeno giudicati perché, vent’anni fa, ero con loro in quel pub. Conosco il desiderio dell’autodistruzione, mi sembra normale se la vita si propone, a chi ha i sensi spiegati, senza indicare che l’assurdo può diventare religione. Il problema del sacrosanto sbandamento adolescenziale è che comporta un rischio vero: in casi gravi, se ne può morire. Così si perde l’esperienza di un futuro che spesso val la pena di visitare (il mio valeva).
Il mio sguardo di sufficienza sulle loro eroiche trasgressioni ha fatto drizzare le orecchie a quelli del banco in fondo. I peggiori della classe sono i migliori, ma non vanno idealizzati: sono dei gran rompiscatole e spesso non mi permettono di fare fino in fondo quello che mi piace fare (ragionare sulle parole degli autori). Però hanno un privilegio che non gli si può negare: odiano studiare perché sentono la vita come una domanda grave e urgente; un interrogativo che non va imbrigliato nelle risposte scritte di nessuno, che va bruciato, più che letto e raccontato. Per loro i libri sono una versione depotenziata delle esperienze vere, quindi una perdita di tempo (e io, in molti casi, sto con loro).
La parola (se non è la Parola), balbetta la vita senza esserlo del tutto. Per chi ha pomeriggi liberi, tranquillità e una famiglia che lo sostiene, l’indagine metodica e pure appassionante dello studio è una solida scala verso il vero. Ma i ragazzi peggiori stanno in bilico sull’orlo di una fine che li vuole di continuo divorare. Non hanno tempo per le note esplicative. Cercano disperatamente un ascensore che conduca al piano -Soluzione-, e a volte lo scambiano persino con il gesto di farsi fuori.
I miei errori del passato sono l’unica cosa che davvero stringevo quando si è trattato di salire sul gradino della cattedra. Ho l’impressione che chi tra i miei alunni è disposto a starmi a sentire, mi stimi più perché a sedici anni fumavo un pacchetto al giorno, che per il fatto che so parafrasare le tre Cantiche. Guadagnato un bel rapporto, il problema è capire di cosa dobbiamo parlare. Io penso sia mio dovere trasmettere loro il senso che ho incontrato, ma le volte che ho provato a dirlo tutto insieme, si sono girati dall’altra parte, come fosse un bagliore troppo intenso. La questione, quindi, è come ridurre questa eredità immateriale al grado zero; proporre Dio, addirittura, ma in un discorso nel quale sono tabù tutte le parole che loro hanno già sentito in chiesa e all’oratorio (password per disattivare i ricettori). E poi c’è un altro interrogativo: come correggerli, se intimamente sono sicuro che i loro sbagli non rappresentino un vero male, perché li renderanno persone più capaci di empatia con chi ha problemi?
Ecco i nodi attorno ai quali si attorciglia (e poi, spero, si scioglie), la riflessione del mio piccolo romanzo che si intitola La regola di Kurt. È la storia di un liceale che scopre di avere se stesso invecchiato come professore. Riusciranno a stare uno di fronte all’altro?