Appunti su LA REGOLA DI KURT #1

20.01.1988 Krakow n/z Tadeusz Kantor - rezyser fot. Wlodzimierz Wasyluk

20.01.1988 Krakow n/z Tadeusz Kantor – rezyser fot. Wlodzimierz Wasyluk

 

I ragazzi sentono la vita che c’è dietro ai professori. Ora, io non sono Ambrogio Fogar, però nemmeno un giovanotto appena uscito da una rapida e appagante esperienza universitaria. Iniziando a fare l’insegnante, mi sono presentato in aula con un bel carico di esperienze, delusioni, sbagli anche gravi, tentativi estremi. Così, quando ho avvertito che i miei alunni mi stavano provocando con le loro fatiche, con il racconto delle loro stupidaggini commesse al sabato sera, non mi sono impressionato più di tanto. Non li ho nemmeno giudicati perché, vent’anni fa, ero con loro in quel pub. Conosco il desiderio dell’autodistruzione, mi sembra normale se la vita si propone, a chi ha i sensi spiegati, senza indicare che l’assurdo può diventare religione. Il problema del sacrosanto sbandamento adolescenziale è che comporta un rischio vero: in casi gravi, se ne può morire. Così si perde l’esperienza di un futuro che spesso val la pena di visitare (il mio valeva).
Il mio sguardo di sufficienza sulle loro eroiche trasgressioni ha fatto drizzare le orecchie a quelli del banco in fondo. I peggiori della classe sono i migliori, ma non vanno idealizzati: sono dei gran rompiscatole e spesso non mi permettono di fare fino in fondo quello che mi piace fare (ragionare sulle parole degli autori). Però hanno un privilegio che non gli si può negare: odiano studiare perché sentono la vita come una domanda grave e urgente; un interrogativo che non va imbrigliato nelle risposte scritte di nessuno, che va bruciato, più che letto e raccontato. Per loro i libri sono una versione depotenziata delle esperienze vere, quindi una perdita di tempo (e io, in molti casi, sto con loro).
La parola (se non è la Parola), balbetta la vita senza esserlo del tutto. Per chi ha pomeriggi liberi, tranquillità e una famiglia che lo sostiene, l’indagine metodica e pure appassionante dello studio è una solida scala verso il vero. Ma i ragazzi peggiori stanno in bilico sull’orlo di una fine che li vuole di continuo divorare. Non hanno tempo per le note esplicative. Cercano disperatamente un ascensore che conduca al piano -Soluzione-, e a volte lo scambiano persino con il gesto di farsi fuori.
I miei errori del passato sono l’unica cosa che davvero stringevo quando si è trattato di salire sul gradino della cattedra. Ho l’impressione che chi tra i miei alunni è disposto a starmi a sentire, mi stimi più perché a sedici anni fumavo un pacchetto al giorno, che per il fatto che so parafrasare le tre Cantiche. Guadagnato un bel rapporto, il problema è capire di cosa dobbiamo parlare. Io penso sia mio dovere trasmettere loro il senso che ho incontrato, ma le volte che ho provato a dirlo tutto insieme, si sono girati dall’altra parte, come fosse un bagliore troppo intenso. La questione, quindi, è come ridurre questa eredità immateriale al grado zero; proporre Dio, addirittura, ma in un discorso nel quale sono tabù tutte le parole che loro hanno già sentito in chiesa e all’oratorio (password per disattivare i ricettori). E poi c’è un altro interrogativo: come correggerli, se intimamente sono sicuro che i loro sbagli non rappresentino un vero male, perché li renderanno persone più capaci di empatia con chi ha problemi?
Ecco i nodi attorno ai quali si attorciglia (e poi, spero, si scioglie), la riflessione del mio piccolo romanzo che si intitola La regola di Kurt. È la storia di un liceale che scopre di avere se stesso invecchiato come professore. Riusciranno a stare uno di fronte all’altro?

PER UN CANTO NUOVO

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PREMESSA
Chi è il cristiano? Nell’episodio “Una gita in pallone” della serie Pippi Calzelunghe è un sagrestano rimbambito con gli occhiali che si oppone alla gita in mongolfiera della protagonista, giudicata troppo pericolosa per una bambina. Nei Simpson è un papà vedovo che usa i vezzeggiativi per spuntare le parole (“Salve salvino”), così da non ferire i vicini, finendo per apparire detestabile.
Paura di salire ad alta quota, timore di dire le cose per quello che sono. L’immagine che abbiamo, corrisponde al mandato del nostro Fondatore?

EPPURE
Nell’opinione comune i cristiani sono nerd, e il timore di diventare gente spenta tiene molti lontani dalle chiese, in particolare le categorie più vitali (i famosi giovani che non è chiaro come intercettare). Eppure le biografie dei santi sono piene di inquietudine e avventura, il cristiano è un provocatore e un vincente, è un punk che presuppone il futuro. L’incongruenza denuncia un difetto di comunicazione.

COME CI COMUNICHIAMO?
Dite a un professionista del teatro che il suo ultimo lavoro sembra “uno spettacolo dell’oratorio”. Fate ascoltare un cd di christian music ad un vero cantautore. Invitate all’anteprima di un film cristiano uno sceneggiatore che faccia il cinema di lavoro. Se va bene non smetteranno di fare battutine, in casi estremi avrete un amico in meno. Affermerete che il problema è la distanza tra i contenuti che gli state proponendo e i suoi pregiudizi di spettatore non credente. Ma un messaggio veramente “cattolico”, non dovrebbe avere la forza di parlare con autorevolezza a tutti i cuori? Quindi il problema è la forma che lo opprime, ovvero l’arte, la confezione.

PERCHE’ L’ARTE CRISTIANA OGGI NON HA UN LINGUAGGIO CREDIBILE?
L’indagine potrebbe aprirsi a ventaglio. A titolo di esemplificazione, ci sono due errori di procedura molto comuni:
Collettivismo e corporativismo. Tra i cattolici che fanno qualcosa di creativo esiste spesso il timore fuori luogo di escludere chi non è bravo, perché “siamo tutti uguali, tutti devono esprimersi, nessuno deve primeggiare”. Se questa cura per i “piccoli” è una attenzione lodevole in ambito sociale, in campo artistico è dannosa: è necessario fare uso di professionalità specifiche, nel rispetto dei ruoli. “Sbrighiamocela tra di noi che crediamo, così ci capiamo” è l’altro vizio che si oppone alla qualità. Come se, sul palcoscenico, un lettore improvvisato, ma che fa la comunione, potesse sostituire un bravo attore. Quando si afferma qualcosa di vero, il peccato è depotenziare le parole.
Paura di essere veri. L’ arte contemporanea è provocatoria, ironica, concettuale, inquietante. Tutte cifre poco gradite da noi cristiani, spesso paghi di una poco impegnativa medietas parrocchiale. Così l’incapacità di prendere a cazzotti lo spettatore, la malintesa serietà, il figurativismo che non sta al passo con la storia, il timore di visitare il lato oscuro dell’uomo, danno origine a prodotti artistici che non dicono nulla a un pubblico che ha già accolto il “brutto” come categoria estetica di valore. Ciò che è vero affronta necessariamente il lato oscuro, l’edulcorato non respira, sembra morto. Sventoliamo braccia nei raduni internazionali, distribuiamo volantini fluorescenti, come se la gioia fosse l’unico sentimento che provano i credenti. Così appariamo poco veri, prigionieri di sorrisi sforzati. Il fatto che ci aspetti una incommensurabile soddisfazione, non toglie che finché esistiamo ci riguardano anche i temi dello spaesamento, del buio, dell’insoddisfazione. Se dovessimo commissionare a un moderno Dante Alighieri delle terzine spirituali, gli chiederemmo di partire dalla seconda cantica? Vermi, pozze di sterco, gente con gli intestini in mano sono poco convenienti in un poema cristiano? L’artista veramente consapevole della redenzione, non ha timore di maneggiare materia fetida, di calarsi nelle peggiori brutture. Se lo facessimo senza inappropriate inibizioni, produrremmo ancora arte valida per ogni uomo, sfonderemmo una volta per tutte la quarta parete dell’oratorio.

DOMANI (serve un’arte cristiana?)
Se una nuova alleanza tra contenuti di salvezza e forme reali della contemporaneità è necessaria, cosa possiamo augurarci per il futuro?
Prima proposta per la fusione. Un passo potranno farlo i credenti: prenderanno il vaporetto per visitare la Biennale, andranno al cinema a vedere Greenawey, leggeranno in treno Baudelaire. Quando lo sforzo è sincero, tutta la produzione artistica tende al cielo. I germi di bene contagiano teatri, esposizioni e sale buie più di quanto la nostra paura ci permetta di vedere. Al di là degli esiti umani, delle biografie degli scrittori, degli accidenti e degli svarioni etici che i loro capolavori possano ospitare. Se questo è vero, l’arte cattolica non è necessaria: basta guardare con fiducia a ciò che abbiamo.
Seconda proposta per la fusione. Resta il problema della produzione che potremmo chiamare liturgica, ovvero quella che esplicitamente si prende cura delle cose di fede. In questo campo urge una revisione delle forme. Noi che siamo così esperti di corpo, di sangue, di dolore (redento), perché non proviamo a uscire a cena con Franko B, parlare insieme di body art? Noi che abbiamo inventato i palchi mobili in mezzo agli spettatori, con le sacre rappresentazioni medievali, perché abbiamo ceduto il brevetto a Luca Ronconi, e nella galassia delle sale parrocchiali recitiamo secondo i canoni del peggior teatro consolatorio? Noi che abbiamo sempre fornito le pareti per sperimentare in pittura, perché lasciamo ad espiare sulla soglia delle chiese le videoinstallazioni? Quando avremo il coraggio di piegare al servizio degli altari la parte migliore dell’arte lanciata verso il futuro, daremo gloria al solo spettacolo che non ha come obiettivo intrattenere, l’unico durante il quale qualcosa si compie. Meglio ancora, Qualcuno.

(da Underground n. 0)

Dolcetto o scherzetto?

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“Dolcetto o scherzetto?”, domanda poco convinto un bambino al videocitofono. Se coi testimoni di Geova esiste già un protocollo condiviso a livello familiare, qui ci devo pensare. Gli chiedo un minuto di tempo.

Dunque, io sono cristiano, quindi in linea di massima non celebro festività pagane. Però fa tenerezza, con il suo costume di giovane zombie fatto a scuola. Punto uno. Ho letto sul giornale che il successo di questa ricorrenza è un tranello delle forze del male per occupare, partendo dalle vetrine, i nostri cuori. Io a Satana sono contrario, ma è pure vero che Halloween è cugino di Carnevale, la cui maschera principale (Arlecchino) non è altro che un demonio addomesticato dalla tradizione. E i carri li prepariamo nel capannone dell’oratorio.

Poi mi ricordo di quando, da bambino, leggevo le strisce di Snoopy e mi domandavo cosa significasse quel “grande cocomero” che appariva a Linus la notte prima di Ognissanti. È una conferma che parliamo di un acquisto recentissimo, che ancora dobbiamo decidere se tenere nella nostra cultura, o restituire in cambio di un buono.

Eppure a me queste figurine di morti che non vogliono stare orizzontali, queste brutture ostentate, queste budella elette a caramelline, non suonano del tutto nuove. Ripenso ai dipinti delle danze macabre che ho visto a Clusone o all’eremo di Santa Caterina, ai draghi che sputano pioggia come parte finale delle grondaie del Duomo, al corpo che è solo una collezione di bubboni nelle poesie di Jacopone. Non è immaginario cristiano? È necessario spegnere tutte le lampadine per poi provare stupore di fronte alla luce.

Chiudo la dissertazione, e mi rendo partecipe della mia opinione: la Verità ha varcato nazioni stringendo mani straniere, purificando riti non buoni, rivolgendo al bene quello che stava andando in malora. Non devo temere.

“Bambino, ho deciso che ti posso aprire”. Silenzio. Non c’è più nessuno. Solo lo scheletro di una consolazione: l’anno prossimo, almeno, saprò subito cosa dire. 

 

Emanuele Fant © Credere (11/2015)

Genesi del libro nuovo

Davide Rondoni è uno scrittore e contemporaneamente uno di poche parole (si vede che le finisce nella carta).
Mi scrive: “Ci stai a fare un libro su fratel Ettore?”.
Con il dubbio che non conosca le mie note biografiche, rispondo, quasi scusandomi: “In verità io lo avrei già fatto, un libro su fratel Ettore”.
Replica: “Fanne uno migliore. Ci stai o no? Altrimenti ti sostituiamo”.
“Sto già aprendo il portatile”.

La proposta è di far parte della nuova collana di San Paolo “Vite esagerate” che racconta, tramite romanzi, la storia di grandi figure spirituali.
Resta il problema di cosa scrivere, visto che tutta la mia fascinazione per il camilliano dei barboni l’ho spremuta nel libricino in cui racconto come lo abbiamo incontrato, in età scolare.
Questa volta ci vuole una storia che stia fuori da me. Voglio vederlo più da lontano. E poi c’è una difficoltà: fratel Ettore è morto da poco (a differenza degli altri protagonisti della collana), come posso romanzarlo, farne un personaggio, quando ancora in molti hanno memoria della persona?
Infine: che cosa mi resta davvero da dire di lui, che mi preme?

Svuotando i cassetti del servo di Dio, in vista del suo processo di beatificazione, tempo fa mi capitò tra le mani un articolo di cronaca nera impressionate. Parlava della morte di una parrocchiana per mano di un povero ospite della comunità di fratel Ettore. Il camilliano aveva riempito tutti i bordi della pagina di giornale con appunti a penna quasi illeggibili, nei quali si domandava furiosamente quale fosse il giusto atteggiamento da tenere di fronte all’accaduto: chiudere le sue comunità, come chiedevano i vicini? O dare aiuto ad ancora più persone, per contrastare l’evidenza del male? E poi, ancora: era più urgente pregare per la donna defunta o per l’assassino in carcere? (Qui, in realtà, fratel Ettore una risposta se la dava: “Lei è già in paradiso, lui ha bisogno di conversione”).
Simili domande scarabocchiate a mano riportavano alla luce un fratel Ettore molto differente dal religioso naïf con la madonnina sulla macchina che in molti ricordiamo: un uomo condannato (per scelta) a calarsi nei fondali più torbidi del dolore. Un condottiero con tanti punti esclamativi, ma pure la ferita aperta di alcuni brucianti interrogativi.

Questa volta racconto in terza persona la storia di un mistico al limite che salva morti viventi a cento metri dalla rassicurante routine di una parrocchia normale. E di come l’incontro tra il tempio delle mezze misure e i suoi metodi estremi, sia destinato a portare scompiglio, o del bene ad entrambi.