Cosa può l’educazione

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Le bocche delle scuole a forma di portone hanno divorato in pochi giorni i ragazzini. Da metà settembre, la mattina è un fatto solo per adulti infreddoliti impegnati in qualche commissione. Gli alunni, ancora sbigottiti, si impilano sui treni, sciamano con gli zaini negli stessi vialoni, finché la campanella delle otto mette fine al loro sogno bimestrale di libertà, definito per brevità “vacanze estive”.
I genitori pigiati sui cancelli si confidano un sogno comune: trasformarsi per un’ora in farfalline per spiare cosa accidenti succede tra quei banchi ancora freschi di candeggina, sentire quali parole scelgono i professori per presentarsi, infine andarsi a posare nelle cucine certificando una volta per tutte il livello di igiene. Ma questo non può avvenire perché, più si cresce, più l’educazione è un composto che reagisce soltanto distante dallo sguardo dei familiari. Imparare è rimuovere, più che ricordare: mandare in frantumi il cannocchiale stretto del sapere ereditato, dei pochi gusti che ci sembravano gli unici adatti al nostro mondo interiore. Educarsi è concedersi il lusso di amare qualcosa che avremmo giurato fosse privo di cuore, quindi è un gesto di rivoluzione.
Da bambino andavo in montagna con il mio amico Martino. Suo padre era un docente universitario di geologia. Ci coinvolgeva in esplorazioni massacranti, per individuare minerali e misteriose stratificazioni nelle rocce. Procedeva entusiasta con il berretto e la picozzina, additava soddisfatto massi erratici e concrezioni invisibili al mio sguardo infantile. Io lo invidiavo, perché lì dove a me appariva un ghiaione, lui scorgeva una avvincente distesa di informazioni geologiche. Questo rendeva il suo cammino diverso dal mio, e la sua fatica inferiore. Ecco cosa può l’educazione: trasformare le pietre in creature interessanti. Allargare il proprio sguardo costa studio e sudore, ma dona la soddisfazione di sentirsi chiamare da ogni lato da una realtà che ha mille cose da dire.

 

2017, Credere

Illustrazione: E. Fucecchi

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Il frate uccellino

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(18 settembre, san Giuseppe da Copertino) 

Sto in Salento, regione di mare e terra dura, opposti a molto, moltissimo cielo. Qui le nuvole sono arancioni quando applaudono l’ultimo tuffo del sole, qui una vasta notte serena abbraccia in ogni direzione i paesi che hanno case di non più di due piani.
Quando Dio ha scelto di manifestarsi in modo straordinario in un frate salentino, che regalo gli poteva fare? Quello del volo. È il potere più adatto per chi cresce dentro a un orizzonte con così tante sfumature: mettere a tacere per un poco la forza gravitazionale, visitare in tutta la sua altezza questa perenne cartolina.
Capirete che un dono così eccentrico e infantile, non poteva suscitare solo appalusi. Immaginate Giuseppe da far scendere con la scala, ritrovato dopo ore sui rami più alti degli ulivi; Giuseppe che solleva il celebrante per le ascelle in piena consacrazione; Giuseppe che quando esagera con la preghiera rovina addirittura le pitture sulla cupola. Le malelingue sono spesso le ancelle delle cattive intenzioni, e così il frate che aspira a fare l’uccellino, finisce chiuso nella celletta di un romitorio per quasi tutta la sua vita terrena, visitato dai potenti come un fenomeno da baraccone, attratti dall’unicità delle sue piume.
La storia del mio nuovo amico francescano, finisce bene: quando è chiaro che quei salti non sono esibizione, i superiori gli restituiscono il suo cielo del Salento. Ma ormai frate Giuseppe, allenato da un basso soffitto e da anni da solo, ha in testa solo l’ultimo volo, quello importante e al quale, finalmente, non potrà assistere nessuno.

 

2015, per Credere

Il teatro, una ex chiesa

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Il vento insiste su Avignone, sbatte le troppe locandine appese ai muri con lo spago. Secoli fa, questa incantevole città provenzale fiorì grazie alla sua inaspettata elezione a sede papale. Ora, io e la mia famiglia siamo qui per un’altra attrazione: il festival estivo del teatro.
Stasera ci aspetta una compagnia sperimentale di Chicago. Buio in sala. Luci su una nuova, incredibile, storia. Un’ora passa e non ce ne accorgiamo. Applausi in piedi, addirittura. «Eccezionale», sussurro a mia moglie che non può che annuire. «E poi questa sala è davvero suggestiva».
Volto la testa, guardo in fondo: dietro alla regia sopraelevata si intravede un rosone. Alzo gli occhi in verticale: il soffitto è lontano, chiuso da una volta a botte in pietra chiara. Il pubblico scema, i tecnici calano il fondale: compare l’abside. «Hai visto? Questo teatro è una chiesa. Anzi, lo era».
Uscendo penso che gli architetti incaricati della ristrutturazione hanno avuto gioco facile, non c’è niente di più simile all’edificio teatrale di una chiesa: c’è una scenografia (il tavolo dell’altare), un interprete (il sacerdote), delle persone che sono lì per vedere. Eppure, questa affascinante riqualificazione, in qualche modo, mi turba.
Tra i vicoli gialli per la luce dei lampioni, scorro la mia collezione mentale di attori che hanno lasciato il palcoscenico per seguire una vocazione religiosa (come suor Teresa di fratel Ettore o papa Wojtyla). Ogni volta che mi confronto con queste biografie superbe ed estreme, sento che il loro desiderio di recitare era un primo tentativo di fornire carne alla parola, di immergersi in un bello che non può passare. Intenti santi, inseguiti con modi ancora troppo umani: solo lontano dalla finzione la loro vita ha smesso di essere una prova generale, per diventare atto.
Credo che Avignone sia stupenda questa sera, che il teatro resti la più spirituale tra le arti. Ma c’è un potere che nessun regista può comprare: lo spettacolo evoca, la Messa fa accadere.

Per Credere

Fine agosto e nostalgia

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Il sentimento che proviamo quando dalle tasche dei borsoni cade in casa poca sabbia tolta alle scogliere: ci vorremmo scusare, vorremmo rispedirla in un pacchetto al bagnasciuga dove è nata, perché è un torto farle fare la nostra vita senza un alito di vento la sera, con i nostri orari, poterle offrire solo albe dimezzate che non si specchiano nel mare.
La malinconia che fanno al mese di settembre gli ombrelloni. Messi a riposo coi nastrini, provocati ancora dall’aria, pronti per il sonno verticale in assenza del sole. Non abbandonano le loro schiere, si domandano a vicenda a che punto del divertimento è terminata anche quest’anno una stagione. Le automobili sudate senza fretta di tornare, colme fino a fuori i finestrini: i canotti che non si vogliono sgonfiare, le valigie che nessuno, questa volta, si è preso la briga di incastrare per bene; i bambini lievitati dai gelati e dagli strati alterni di crema e abbronzatura.
I temporali appena dietro a ferragosto: il modo brusco delle vette per sgombrare i cittadini, gli alpinisti improvvisati con le loro attrezzature, i villeggianti che si credono del posto perché indossano i calzettoni. La montagna freme, non vede l’ora di tornare seria, abbassa nuvole e vapori per non farsi più fotografare. Non attende di scrollarsi dalle malghe gli ultimi assaggiatori di formaggi, ridà la precedenza al suo silenzio, che sia il fruscio degli animali, o l’ispessirsi delle nevi, o l’astenersi dai discorsi dei pastori.
Le canzoni che rincorse dai profumi, nel patio dei ristorantini, ci miglioravano l’umore. Dagli altoparlanti neri in plastica, nel parcheggio di questo grande magazzino, si rivelano per quello che sono, e ci fanno domandare che meta ha scelto per le sue vacanze il nostro gusto musicale.
Il trentuno agosto stringe il cuore, ma la nostalgia fa bene. Ogni mancanza che ci assorda fa da ordito a un giuramento: siamo cavi per farci colmare. Verrà l’estate che non muore.

 

2015, per Credere

Appunti su LA REGOLA DI KURT #1

20.01.1988 Krakow n/z Tadeusz Kantor - rezyser fot. Wlodzimierz Wasyluk

20.01.1988 Krakow n/z Tadeusz Kantor – rezyser fot. Wlodzimierz Wasyluk

 

I ragazzi sentono la vita che c’è dietro ai professori. Ora, io non sono Ambrogio Fogar, però nemmeno un giovanotto appena uscito da una rapida e appagante esperienza universitaria. Iniziando a fare l’insegnante, mi sono presentato in aula con un bel carico di esperienze, delusioni, sbagli anche gravi, tentativi estremi. Così, quando ho avvertito che i miei alunni mi stavano provocando con le loro fatiche, con il racconto delle loro stupidaggini commesse al sabato sera, non mi sono impressionato più di tanto. Non li ho nemmeno giudicati perché, vent’anni fa, ero con loro in quel pub. Conosco il desiderio dell’autodistruzione, mi sembra normale se la vita si propone, a chi ha i sensi spiegati, senza indicare che l’assurdo può diventare religione. Il problema del sacrosanto sbandamento adolescenziale è che comporta un rischio vero: in casi gravi, se ne può morire. Così si perde l’esperienza di un futuro che spesso val la pena di visitare (il mio valeva).
Il mio sguardo di sufficienza sulle loro eroiche trasgressioni ha fatto drizzare le orecchie a quelli del banco in fondo. I peggiori della classe sono i migliori, ma non vanno idealizzati: sono dei gran rompiscatole e spesso non mi permettono di fare fino in fondo quello che mi piace fare (ragionare sulle parole degli autori). Però hanno un privilegio che non gli si può negare: odiano studiare perché sentono la vita come una domanda grave e urgente; un interrogativo che non va imbrigliato nelle risposte scritte di nessuno, che va bruciato, più che letto e raccontato. Per loro i libri sono una versione depotenziata delle esperienze vere, quindi una perdita di tempo (e io, in molti casi, sto con loro).
La parola (se non è la Parola), balbetta la vita senza esserlo del tutto. Per chi ha pomeriggi liberi, tranquillità e una famiglia che lo sostiene, l’indagine metodica e pure appassionante dello studio è una solida scala verso il vero. Ma i ragazzi peggiori stanno in bilico sull’orlo di una fine che li vuole di continuo divorare. Non hanno tempo per le note esplicative. Cercano disperatamente un ascensore che conduca al piano -Soluzione-, e a volte lo scambiano persino con il gesto di farsi fuori.
I miei errori del passato sono l’unica cosa che davvero stringevo quando si è trattato di salire sul gradino della cattedra. Ho l’impressione che chi tra i miei alunni è disposto a starmi a sentire, mi stimi più perché a sedici anni fumavo un pacchetto al giorno, che per il fatto che so parafrasare le tre Cantiche. Guadagnato un bel rapporto, il problema è capire di cosa dobbiamo parlare. Io penso sia mio dovere trasmettere loro il senso che ho incontrato, ma le volte che ho provato a dirlo tutto insieme, si sono girati dall’altra parte, come fosse un bagliore troppo intenso. La questione, quindi, è come ridurre questa eredità immateriale al grado zero; proporre Dio, addirittura, ma in un discorso nel quale sono tabù tutte le parole che loro hanno già sentito in chiesa e all’oratorio (password per disattivare i ricettori). E poi c’è un altro interrogativo: come correggerli, se intimamente sono sicuro che i loro sbagli non rappresentino un vero male, perché li renderanno persone più capaci di empatia con chi ha problemi?
Ecco i nodi attorno ai quali si attorciglia (e poi, spero, si scioglie), la riflessione del mio piccolo romanzo che si intitola La regola di Kurt. È la storia di un liceale che scopre di avere se stesso invecchiato come professore. Riusciranno a stare uno di fronte all’altro?

PER UN CANTO NUOVO

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PREMESSA
Chi è il cristiano? Nell’episodio “Una gita in pallone” della serie Pippi Calzelunghe è un sagrestano rimbambito con gli occhiali che si oppone alla gita in mongolfiera della protagonista, giudicata troppo pericolosa per una bambina. Nei Simpson è un papà vedovo che usa i vezzeggiativi per spuntare le parole (“Salve salvino”), così da non ferire i vicini, finendo per apparire detestabile.
Paura di salire ad alta quota, timore di dire le cose per quello che sono. L’immagine che abbiamo, corrisponde al mandato del nostro Fondatore?

EPPURE
Nell’opinione comune i cristiani sono nerd, e il timore di diventare gente spenta tiene molti lontani dalle chiese, in particolare le categorie più vitali (i famosi giovani che non è chiaro come intercettare). Eppure le biografie dei santi sono piene di inquietudine e avventura, il cristiano è un provocatore e un vincente, è un punk che presuppone il futuro. L’incongruenza denuncia un difetto di comunicazione.

COME CI COMUNICHIAMO?
Dite a un professionista del teatro che il suo ultimo lavoro sembra “uno spettacolo dell’oratorio”. Fate ascoltare un cd di christian music ad un vero cantautore. Invitate all’anteprima di un film cristiano uno sceneggiatore che faccia il cinema di lavoro. Se va bene non smetteranno di fare battutine, in casi estremi avrete un amico in meno. Affermerete che il problema è la distanza tra i contenuti che gli state proponendo e i suoi pregiudizi di spettatore non credente. Ma un messaggio veramente “cattolico”, non dovrebbe avere la forza di parlare con autorevolezza a tutti i cuori? Quindi il problema è la forma che lo opprime, ovvero l’arte, la confezione.

PERCHE’ L’ARTE CRISTIANA OGGI NON HA UN LINGUAGGIO CREDIBILE?
L’indagine potrebbe aprirsi a ventaglio. A titolo di esemplificazione, ci sono due errori di procedura molto comuni:
Collettivismo e corporativismo. Tra i cattolici che fanno qualcosa di creativo esiste spesso il timore fuori luogo di escludere chi non è bravo, perché “siamo tutti uguali, tutti devono esprimersi, nessuno deve primeggiare”. Se questa cura per i “piccoli” è una attenzione lodevole in ambito sociale, in campo artistico è dannosa: è necessario fare uso di professionalità specifiche, nel rispetto dei ruoli. “Sbrighiamocela tra di noi che crediamo, così ci capiamo” è l’altro vizio che si oppone alla qualità. Come se, sul palcoscenico, un lettore improvvisato, ma che fa la comunione, potesse sostituire un bravo attore. Quando si afferma qualcosa di vero, il peccato è depotenziare le parole.
Paura di essere veri. L’ arte contemporanea è provocatoria, ironica, concettuale, inquietante. Tutte cifre poco gradite da noi cristiani, spesso paghi di una poco impegnativa medietas parrocchiale. Così l’incapacità di prendere a cazzotti lo spettatore, la malintesa serietà, il figurativismo che non sta al passo con la storia, il timore di visitare il lato oscuro dell’uomo, danno origine a prodotti artistici che non dicono nulla a un pubblico che ha già accolto il “brutto” come categoria estetica di valore. Ciò che è vero affronta necessariamente il lato oscuro, l’edulcorato non respira, sembra morto. Sventoliamo braccia nei raduni internazionali, distribuiamo volantini fluorescenti, come se la gioia fosse l’unico sentimento che provano i credenti. Così appariamo poco veri, prigionieri di sorrisi sforzati. Il fatto che ci aspetti una incommensurabile soddisfazione, non toglie che finché esistiamo ci riguardano anche i temi dello spaesamento, del buio, dell’insoddisfazione. Se dovessimo commissionare a un moderno Dante Alighieri delle terzine spirituali, gli chiederemmo di partire dalla seconda cantica? Vermi, pozze di sterco, gente con gli intestini in mano sono poco convenienti in un poema cristiano? L’artista veramente consapevole della redenzione, non ha timore di maneggiare materia fetida, di calarsi nelle peggiori brutture. Se lo facessimo senza inappropriate inibizioni, produrremmo ancora arte valida per ogni uomo, sfonderemmo una volta per tutte la quarta parete dell’oratorio.

DOMANI (serve un’arte cristiana?)
Se una nuova alleanza tra contenuti di salvezza e forme reali della contemporaneità è necessaria, cosa possiamo augurarci per il futuro?
Prima proposta per la fusione. Un passo potranno farlo i credenti: prenderanno il vaporetto per visitare la Biennale, andranno al cinema a vedere Greenawey, leggeranno in treno Baudelaire. Quando lo sforzo è sincero, tutta la produzione artistica tende al cielo. I germi di bene contagiano teatri, esposizioni e sale buie più di quanto la nostra paura ci permetta di vedere. Al di là degli esiti umani, delle biografie degli scrittori, degli accidenti e degli svarioni etici che i loro capolavori possano ospitare. Se questo è vero, l’arte cattolica non è necessaria: basta guardare con fiducia a ciò che abbiamo.
Seconda proposta per la fusione. Resta il problema della produzione che potremmo chiamare liturgica, ovvero quella che esplicitamente si prende cura delle cose di fede. In questo campo urge una revisione delle forme. Noi che siamo così esperti di corpo, di sangue, di dolore (redento), perché non proviamo a uscire a cena con Franko B, parlare insieme di body art? Noi che abbiamo inventato i palchi mobili in mezzo agli spettatori, con le sacre rappresentazioni medievali, perché abbiamo ceduto il brevetto a Luca Ronconi, e nella galassia delle sale parrocchiali recitiamo secondo i canoni del peggior teatro consolatorio? Noi che abbiamo sempre fornito le pareti per sperimentare in pittura, perché lasciamo ad espiare sulla soglia delle chiese le videoinstallazioni? Quando avremo il coraggio di piegare al servizio degli altari la parte migliore dell’arte lanciata verso il futuro, daremo gloria al solo spettacolo che non ha come obiettivo intrattenere, l’unico durante il quale qualcosa si compie. Meglio ancora, Qualcuno.

(da Underground n. 0)

Dolcetto o scherzetto?

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“Dolcetto o scherzetto?”, domanda poco convinto un bambino al videocitofono. Se coi testimoni di Geova esiste già un protocollo condiviso a livello familiare, qui ci devo pensare. Gli chiedo un minuto di tempo.

Dunque, io sono cristiano, quindi in linea di massima non celebro festività pagane. Però fa tenerezza, con il suo costume di giovane zombie fatto a scuola. Punto uno. Ho letto sul giornale che il successo di questa ricorrenza è un tranello delle forze del male per occupare, partendo dalle vetrine, i nostri cuori. Io a Satana sono contrario, ma è pure vero che Halloween è cugino di Carnevale, la cui maschera principale (Arlecchino) non è altro che un demonio addomesticato dalla tradizione. E i carri li prepariamo nel capannone dell’oratorio.

Poi mi ricordo di quando, da bambino, leggevo le strisce di Snoopy e mi domandavo cosa significasse quel “grande cocomero” che appariva a Linus la notte prima di Ognissanti. È una conferma che parliamo di un acquisto recentissimo, che ancora dobbiamo decidere se tenere nella nostra cultura, o restituire in cambio di un buono.

Eppure a me queste figurine di morti che non vogliono stare orizzontali, queste brutture ostentate, queste budella elette a caramelline, non suonano del tutto nuove. Ripenso ai dipinti delle danze macabre che ho visto a Clusone o all’eremo di Santa Caterina, ai draghi che sputano pioggia come parte finale delle grondaie del Duomo, al corpo che è solo una collezione di bubboni nelle poesie di Jacopone. Non è immaginario cristiano? È necessario spegnere tutte le lampadine per poi provare stupore di fronte alla luce.

Chiudo la dissertazione, e mi rendo partecipe della mia opinione: la Verità ha varcato nazioni stringendo mani straniere, purificando riti non buoni, rivolgendo al bene quello che stava andando in malora. Non devo temere.

“Bambino, ho deciso che ti posso aprire”. Silenzio. Non c’è più nessuno. Solo lo scheletro di una consolazione: l’anno prossimo, almeno, saprò subito cosa dire. 

 

Emanuele Fant © Credere (11/2015)